Il Nebbiolo nella storia


Molte sono le fonti storiche che raccontano del Nebbiolo. La prima citazione sembra essere quella dei “Documenti sulla Storia del Piemonte”, dove risulta che nel 1268 questa varietà era coltivata a Rivoli, sulla collina torinese. Poche sono invece le certezze sulla sua origine. Chi dice che siano le Langhe o il Piemonte più in generale, chi sostiene che abbia avuto i natali in Valtellina.

Ciò che è certo è che, sulle colline di Langa e Roero, il Nebbiolo ha trovato il suo habitat ideale.

Lo rivelano i dati relativi alla superficie coltivata: se nel mondo il Nebbiolo dispone di una superficie totale di circa 5.500 ettari, oltre 4.000 sono quelli che si trovano in Langa e Roero, dove la speciale simbiosi con un terreno irripetibile e un clima originalissimo permette al vitigno di produrre vini di straordinaria eleganza come Barolo, Barbaresco, Nebbiolo d’Alba e Roero.

 

Il Nebbiolo d’Alba, nel Roero

Alla sinistra del fiume Tanaro, la terra di colline si chiama Roero e qui il Nebbiolo prospera regalando due vini preziosi: il primo, il Roero, prende il nome dal territorio nel suo insieme ed è prodotto con il 95% di uve Nebbiolo e la restante parte con altri vitigni a bacca rossa; il secondo, il Nebbiolo d’Alba, è la sintesi tra il nome della varietà e quello della città capofila di tutta la zona, alla destra e alla sinistra del Tanaro e viene prodotto in purezza con il vitigno Nebbiolo.

Su queste colline molto ripide il vitigno Nebbiolo ha radici profonde, ben voluto dai potenti e amato dalla gente semplice: sembra che nella storia il personaggio più illustre che fu allietato dal Nebbiolo sia stato Federico Barbarossa, che nell’invero tra il 1167 e il 1168 dimorò per alcuni mesi nel castello di Monteu Roero, allora Monte Acuto.

Anche la nobiltà torinese ne fu conquistata, con il re Carlo Alberto in testa a tutti, al punto che decise di acquistare due possedimenti a Santa Vittoria d’Alba per produrre nella cantina di Pollenzo per sé e per la sua corte quel “Nebiolin” che tanto lo affascinava.

Il Nebbiolo è da tempo una delle varietà di vite che, nell’Albese, accomuna le sorti produttive delle colline situate sulle due sponde del Tanaro e dal 1970, anno del riconoscimento della Doc al Nebbiolo d’Alba, questo è l’esempio tangibile di una magica collaborazione.

La zona di origine si estende su 32 paesi, sulle due sponde del fiume, a conferma di una vocazione alla qualità presente su entrambi i versanti.

Il Nebbiolo, ovvero il “vitigno delle nebbie” per il suo ciclo vegetativo così lungo da maturare i  grappoli quando i dorsi collinari sono già contornati dai banchi nebbiosi dell’autunno, pone in questo vino tutti i suoi caratteri di prestigio, anche se, soprattutto per la parte che sta alla sinistra del Tanaro, è stato l’ultimo ad abbandonare il tipo “abboccato” per diventare vino totalmente secco.

Addirittura, verso la fine del secolo scorso, in piena Belle Époque, proprio i vini nati dal Nebbiolo hanno alimentato con successo quel filone di spumanti rossi, dolci o amabili, che costituivano uno dei consumi alla moda di quel tempo.

Oggi il fascino di questo vitigno non si è esaurito. Sulle colline alla destra e alla sinistra del Tanaro, il Nebbiolo continua a esprimere i suoi caratteri aristocratici, regalando vini la cui prerogativa essenziale è quella di resistere al tempo per regalare alle generazioni che verranno i caratteri inconfondibili della sua origine.

 

Il Barbaresco

La denominazione, in questo caso, deriva dal piccolo paese di Barbaresco, localizzato in direzione sud – est sulle colline attorno ad Alba.

Adagiato su una lunga collina e caratterizzato dalla sua maestosa torre medioevale, il paese guarda orgoglioso le acque del fiume Tanaro che corre ai suoi piedi e, oltre il corso d’acqua, le colline erte del Roero.

Località ben nota ai Romani, è citato da Tito Livio nella sua Storia Romana come centro strategico dove passava la via romana che univa la costa ligure a Torino. Già allora, la sua vocazione vitivinicola era molto apprezzata.

Ma le radici storiche vanno più indietro, fino agli antichi Liguri Stazielli, che avevano colonizzato queste colline, favorendo la coltivazione della vite e la produzione del vino. Anche il nome del paese, Barbaresco, deriverebbe da quel periodo, in particolare dalla Barbarica silva, un grande bosco di querce con sorgenti di acqua solforosa e salata che si estendeva nella zona e che i Liguri consideravano sacro.

Non è un caso, perciò, se nel coro ligneo del Duomo di Alba, al di sopra della raffigurazione medioevale del borgo di Barbaresco, ci sia incisa una fruttiera piena d’uva.

Il legame del Nebbiolo con Barbaresco trova altri riferimenti nella storia dei secoli successivi. Come quello che si racconta a proposito del generale austriaco De Melas che, nel 1799, avendo sconfitto i Francesi in battaglia sul campo di Bra, per festeggiare degnamente la vittoria ordinò alla municipalità di Barbaresco che gli venissero recapitate nel suo campo diverse botti di “Nebiolo di Barbaresco”.

Il progresso tecnico segnò verso la fine dell’800 il passaggio del vino Barbaresco da dolce a secco, grazie alla nuova tecnica di vinificazione introdotta da Domizio Cavazza, noto agronomo e primo direttore della Regia Scuola Enologica di Alba, che lo volle “fine, morbido, generoso” come i più grandi vini francesi.

All’inizio degli anni Trenta del 1900 il Barbaresco venne riconosciuto “vino tipico di pregio”, per poi ottenere la Doc nel 1966 e la Docg nel 1980.

Il resto è storia recente. Soprattutto è la conferma di un prodotto che offre nel calice i suoi caratteri eleganti, condivisi dai mercati di tutto il mondo.  

 

Il Barolo

La storia del Barolo richiama alla memoria quattro personaggi vissuti nella zona nel cuore dell’Ottocento: Giulia Colbert Falletti, ultima marchesa di Barolo, il Conte Camillo Benso di Cavour, il Re Carlo Alberto e il suo successore Vittorio Emanuele II.

La Marchesa Falletti e il Conte di Cavour favorirono il graduale passaggio del Barolo dalla tipologia dolce a quella secca, fatto “alla moda dei vini di Bordeaux”, grazie anche all’aiuto di eminenti tecnici di origine francese e italiana; Re Carlo Alberto si innamorò di questo vino e per produrlo finì per acquistare il castello di Verduno e le sue proprietà, mentre Re Vittorio Emanuele II completò l’opera favorendo lo sviluppo di quella che sarebbe poi diventata la prestigiosa Tenuta Fontanafredda dei Conti Mirafiori.

Il risultato qualitativo di questo grande lavoro fu così apprezzato che il vino ottenuto venne denominato con il nome della residenza della marchesa e delle sue tenute: Barolo, appunto. Un vino eccezionale, destinato a diventare, nel Piemonte dei Savoia, “ambasciatore “ nelle corti di tutta Europa. Da subito il Barolo dimostrò di essere un vino importante, ricco di struttura e capace di resistere al tempo, “conservabile ed atto alla esportazione”, come lo definì Lorenzo Fantini a fine Ottocento nella sua monografia dedicata alla vitivinicoltura della provincia di Cuneo.

Se è diventato “il vino dei re” facendosi amare dai sovrani, lo deve a Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II che per esso comprarono tenute e vigne nelle Langhe. “Re dei vini” lo è diventato successivamente perché ha saputo vincere i favori momentanei delle mode per diventare universale e prezioso, nelle Langhe come in altri paesi del mondo.

Nei decenni successivi, il Barolo fu “vino tipico di pregio” all’inizio degli anni Trenta del Novecento, per accreditarsi con la Doc nel 1966 e con la Docg nel 1980.

Oggi, il Barolo è uno dei più importanti vini italiani, forse il più apprezzato e conosciuto nel contesto mondiale. Ma il suo cuore produttivo resta qui, sulle lunghe colline poste a sud-ovest della città di Alba, dove un ambiente speciale e un uomo sapiente hanno costruito una delle aree vitivinicole più rinomate dell’intero pianeta.